Italiano VS Inglese

Italiano VS Inglese

Vi siete mai innamorati?

Vi siete mai innamorati? Ma sì, quel violento sentimento che si prova quando si trova la persona con cui condividere attimi veramente esaltanti. Come direste, con una sola parola, l’espressione “sentire le farfalle nello stomaco”?

Beh, se foste alle Filippine e conosceste la lingua Tagalog questa parola ce l’avreste nel vocabolario e in un attimo fareste capire a tutti il vostro stato d’animo.

Altre frasi, in altre lingue, esprimono sensazioni particolari. Il Guardian, in una piccola ricerca, ci dice che gli svedesi hanno un’espressione per descrivere il riflesso della Luna sull’acqua, i malesi utilizzano una sola parola per descrivere il tempo impiegato a mangiare una banana (chiquita!), i giapponesi usano una sola parola per descrivere la luce del sole che filtra tra i rami (ghevidino!).

Sicuramente l’italiano non è una lingua tra le più sintetiche; non per niente è una lingua che accetta volentieri suggerimenti provenienti da altri idiomi, specie se hanno il dono della brevità e dell’immediatezza.

L’inglese e la terminologia anglosassone la fanno da padrone in Italia e siamo circondati da espressioni e modi di dire a volte necessari, ma spesso decisamente inutili. Questo vale in tutti i campi, compreso quello economico-finanziario.

E’ facile percorrere le strade di Milano e incontrare poster che ci invitano alla Fashion Week (la settimana della moda, detta così, sembra un evento ancora più sconvolgente), o ricevere un sms (short message system) da un amico che ti invita a un coffee break, o sentire l’altoparlante dell’aeroporto che ci ricorda che il nostro volo parte dal gate 9 del terminal B. Un mio zio una volta ha perso l’aereo perché, in tutto l’aeroporto, non riusciva a trovare un solo gate!

Perché farsi invadere in questo modo da un’altra lingua, mi chiedo. Per passività e accettazione supina ed esterofila? Per superficialità? Per comodità? Forse tutte queste risposte hanno una loro giustificazione e verità.

Le parole inglesi sembrano più belle e sembrano esprimere meglio alcuni concetti. A volte è vero, ma non sempre.

Perché usare mister o coach per indicare l’allenatore; che poi, detto tra noi, non tutti gli allenatori sono dei mister nel vero senso della parola.

Perché parlare di spending review quando l’omologa espressione italiana rende altrettanto bene quel che si vuol dire.

Eppure un’azienda statale che applica la spending review sembra darsi obiettivi più importanti di quella che fa solamente una revisione della spesa.

Alcune frasi carpite dal Sole 24 ore rendono altrettanto bene questo concetto: “l’Assolombarda ha in testa un progetto per colmare il gap digitale” (gap dà proprio l’idea di qualcosa di tangibile, ci sembra di toccarlo); “Il venture capital e il business angel lanciano Drexcode” (stiamo parlando di una boutique online, ma l’avevate sicuramente capito); “Lanieri inaugura showroom a Brera: la start-up sartoriale sbarca anche nel retail” (anche qui si parla di moda: vendita di abiti di classe, ma con una novità assoluta: si prenderanno le misure con un algoritmo statistico e si riuscirà a vedere in anteprima il vestito finito utilizzando un body scanner). Body scanner: lettore del codice del corpo? E’ bruttissimo in italiano.

Sul Corriere di questi giorni spiccano altre espressioni anglo-derivate, non sempre opportune. Ho letto, ad esempio, un articolo sul rally della borsa e l’ho vista, la borsa, destreggiarsi con successo tra prove speciali e di regolarità. L’ho vista recuperare, alla fine. Sì, in effetti, il recupero della borsa avrebbe dato lo stesso senso alla frase, ma non avremmo avuto questa efficace immagine automobilistica.

E che dire dell’audit e del suo derivato auditing. Termini inglesi ma anche latini: audit, presente singolare del verbo audire, cioè ascoltare.

Ma cos’è l’auditing in economia? E’ un termine economico che individua l’azione da parte dei controllori dei conti, cioè gli auditores che valutano la corretta tenuta della contabilità aziendale.

Su alcuni quotidiani si trova spesso l’espressione master agreement; non è altro che un accordo generale, ma se lo facciamo all’inglese sembra che abbia delle basi più solide e che duri per sempre. Come il matrimonio!

Insomma, come dice Paola Manni, vice presidente dell’Accademia della Crusca, l’inglese è sicuramente una lingua che ha il dono della concisione, ma questo non deve essere, per noi italiani, una ragione per abusarne dimenticandoci della nostra lingua e delle espressioni lessicali che la contraddistinguono e la rendono unica al mondo. E per non perdere l’importanza dell’uso appropriato della nostra lingua, un ruolo decisivo lo devono svolgere ancora una volta le istituzioni e la scuola che devono puntare alla interazione delle varie lingue, avendo come obbiettivo la condivisione e non l’appiattimento. Okay?

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